Francesca Borghi

Psicologa, psicoterapeuta di coppia e familiare, ipnoterapeuta

Giovanna è una trentenne perdutamente innamorata di un suo coetaneo. Lo ha incontrato da poco, le è sembrato da subito un ragazzo molto particolare. Ma la situazione sembra in stallo e lei non riesce a capire come comportarsi. Viene nel mio studio a raccontarmi quanto lui sia affascinante e quali e quanti tentativi lei stia mettendo in atto per riuscire a conquistarlo. Ogni volta quando le sembra che le manchi pochissimo per riuscire a raggiungerlo, lui si tira indietro dicendole che non può avere alcuna relazione sentimentale. Finalmente dopo tanti tentativi di comprenderne il motivo lui le spiega di avere un blocco emotivo da quando sua madre è morta circa un anno fa. Le dice che da allora non riesce a lasciarsi andare con una donna perché si sente egli stesso come morto. Così Giovanna non può avvicinarsi a lui, ma non può neanche abbandonare un ragazzo che “poverino” ha già perso la madre da poco. In fondo questo suo blocco poi indica una personalità profonda e sensibile. Questo fa aumentare ancora di più il processo di idealizzazione nei confronti del ragazzo. Pur conoscendolo poco, e soprattutto conoscendo solo la parte a cui lui le permette di avvicinarsi, Giovanna va costruendosi l’idea di un personaggio forte romantico e sensibile, una persona d’altri tempi con valori e ideali rari da trovare al giorno d’oggi.

Tutto questo prosegue per circa un anno in una sorta di rincorsa-corteggiamento. Per tutto quest’anno Giovanna non fa che rimanere congelata ad aspettarlo. Non esce con altri ragazzi, non si corteggiare da nessun altro. E per un intero anno continua ad oscillare tra il bisogno e la mancanza di lui e la speranza di essere vicina alla conquista.
Congelata ed in attesa per un anno intero. La motivazione di questo è tutta racchiusa in una frase “non posso avere una relazione con te, e tu, solo tu, sai perché. Ho tante altre ragazze che vorrebbero frequentarmi, e a loro dico di no senza neanche spiegare il motivo. Tu invece lo sai e quindi ti chiedo più pazienza di quella che chiedo a loro”.
Questa frase respinge Giovanna e contemporaneamente la attrae, in una sorta di doppio legame, facendola sentire importante più di qualunque altra ragazza, ad un passo dal realizzare il suo desiderio. Con questa frase le viene richiesta pazienza, e in qualche modo di non smettere di cercarlo. Come se lui stesso ammettesse che fosse solo questione di tempo. Lei non può allontanarsi ne’ avvicinarsi. Doppio legame.
Frasi di questo genere sono comuni più di quanto crediamo. A chi non è accaduto di sentirsi dire “vorrei frequentarti ma non è il momento giusto perché soffro ancora per la mia ex”, “rallentiamo il nostro rapporto perché ho paura che diventi troppo importante” o “ho paura di innamorarmi troppo di te” e ancora “devo lasciarti perché mi sto innamorando di te e non è il momento” ed anche “ho paura di perdere il controllo innamorandomi quindi meglio che ci lasciamo” fino al più banale “ti lascio perché tu meriti di meglio”. Frasi che lasciano l’altra persona appesa in uno stallo generato dal doppio legame.
Doppio legame è un termine che in psichiatria descrive un tipo di comunicazione che caratterizza le famiglie generatrici della sintomatologia schizofrenica, e che descrive dunque un tipo di stallo altamente patologico.
Io uso questo stesso termine per indicare nelle relazioni sentimentali quello stallo in cui la donna (generalmente è lei a subire il doppio legame, ma non dico che le parti non si possano invertire) ha l’impossibilità sia di avvicinarsi di più all’uomo che ama sia di allontanarsi definitivamente. È legata dunque con una doppia impossibilità e non può far altro che restare in una situazione di dipendenza dall’uomo.
Credo molto probabile che una situazione del genere sia stata vissuta pressoché da ogni donna. Quello che genera il doppio legame è un’interpretazione della situazione molto particolare che da l’avvio alla speranza che quello che ora non ci soddisfi prima o poi possa cambiare. L’idea quindi del cambiamento, della trasformazione è centrale ed è in virtù di questa che si rimane ad aspettare perdendo tempo, sprecando energie, dando attenzioni in attesa di qualcosa che non cambierà mai, se non in peggio.
Ed il peggio accade. O forse il meglio, poiché è in questo modo che Giovanna esce dal suo doppio legame. Accade quasi per caso che una sera tornando dal lavoro passa sotto casa del suo “principe azzurro”. Lo fa perché ha voglia di sentirlo più vicino. Avvicinandosi al suo portone vede una persona che gli assomiglia molto. Ma non è sola. Quell’uomo è letteralmente abbarbicato ad una donna. I due si baciano appassionatamente proprio li in mezzo alla strada. Giovanna si ferma tremante, rimane ad osservare e non crede ai suoi occhi. È proprio lui. Lui che non poteva legarsi a nessuna perché era ancora “in lutto”. È solo allora che Giovanna si sveglia e decide di mollare la presa. La delusione le permette di vedere non più il principe azzurro ma l’uomo che, per un motivo a lei incomprensibile, l’ha lasciata ad aspettare tanto tempo.

Analizziamo i personaggi di questa storia. Lui, che lancia il doppio legame, che solo con le parole riesce legare a se una donna senza concedere nulla di quello che lei vorrebbe e prendendo attenzioni, cure, gratificazioni. Lui che sa usare le parole giuste fa tutto questo perché ha estremo bisogno che ci sia una donna che abbia bisogno di lui. Bisogno di un pubblico, bisogno di una porta aperta. Si tratta dunque di dipendenza, del bisogno di nutrirsi di una passione che l’altro può regalare.
Lei che in questo legame di dipendenza ci rimane perché ha bisogno di qualcosa pur sapendo che le fa male e che dovrebbe farne a meno. Lei come tante donne che per provare una passione hanno bisogno di un uomo, perché la loro vita manca di passione per loro stesse e per i loro interessi, ed hanno bisogno di qualcun’altro per sentire in loro questa passione.
Quante volte le mie pazienti mi hanno ripetuto “senza un uomo non mi sento completa, non sono una persona intera, mi sento una metà”. Questo fa vivere l’altro necessario, fondamentale e siamo pronti a superare qualsiasi ostacolo e sopportare ogni fatica per lui.
Ci dimentichiamo di noi, e le nostre sofferenze diventano trascurabili anche se dolorose. Idealizziamo l’altra persona e contro ogni logica la rincorriamo a nostro discapito. Tutto questo rinforza ancora di più la nostra dipendenza. Infatti comportandoci secondo i nostri bisogni la percezione di quei bisogni aumenta ancora di più. Si crea così una gabbia da cui non si puo uscire. Tutte le persone che ci troviamo intorno non sono altro che personaggi che si muovono nella stessa gabbia del bisogno, proprio come i due protagonisti della storia, impersonando il ruolo destinato ad esaltare il ruolo dell’altro: lui scappa lei rincorre, lui si nasconde lei si esprime, ecc.
Questo è il funzionamento della gabbia, inconsciamente siamo in grado di scegliere le persone in sintonia con il nostro sentimento, che in questo caso è il bisogno, e in linea con la nostra convinzione limitante “senza un uomo non sono una persona completa”. Questo sentimento del bisogno viene agito con una persona che ha lo stesso sentimento ma in senso opposto. Infatti il nostro protagonista ha bisogno che la donna abbia bisogno di lui e per far ciò mantiene il doppio legame, così come la donna ha bisogno di continuare ad avere bisogno dell’uomo. Come una danza che potrebbe non finire mai. E se cambiano gli attori non cambia la dinamica, che può rimanere sempre la stessa con persone diverse.
Ma nel contempo soffrire per le proprie necessità non appagate, vivere il dolore di una mancanza è una sofferenza che prima o poi diventa intollerabile. Allora arriva la profonda esigenza di cambiare le cose davvero e di rompere quella convinzione di bisogno dell’altro, per diventare consapevoli del contrario: siamo individui autonomi e completi che hanno bisogno dell’altro nella misura in cui ci da piacere, e non sofferenza, la sua compagnia. Quando si rifiuta una relazione basata sul bisogno si aprono le porte per una relazione basata su piacere e sullo scambio reciproco.

Francesca Borghi

Psicologa, psicoterapeuta di coppia e familiare, ipnoterapeuta